Sommersione – Sandro Frizziero

È l’inferno in terra, sua orrenda succursale, cicatrice del mondo infestata da assassini, puttane, preti ambigui, uomini e donne di mare che vivono sospinti dall’istinto feroce, da un’autoconservazione violenta, cupa, priva di coscienza, l’Isola in cui Frizziero ambienta questa storia maledetta, fatta di odio spinto allo stremo, di perversione e miseria che si innalzano verso un cielo in cui le stelle non più sono fari nel buio, ma “lumini di un cimitero lontano”. In mezzo ad un magma incandescente di malessere psichico e soprusi fisici, spunta un vecchio pescatore, ottant’anni di rancore puro, di odio in caduta libera verso ogni creatura che il mondo, sciagurato, ha partorito. Senza fare distinzione di specie o classe, il pescatore riversa disprezzo indecente su ogni intralcio che incontra per strada, alberi cresciuti chissà per quale miracolo sbagliato, pesci, sterminati in mezzo ad una domanda che muore boccheggiando, donne, buone solo ad incassare botte da orbi e oscenità di ogni sorta.

Iperbolico e inatteso Sommersione si inabissa nel buio della coscienza umana, la cui unica ragione è l’odio che si tramuta in esistenza solo nel momento in cui è agito, con tutto il suo clamore, a martellate, sostenuto da una natura lagunare, fatta di maree che invadono le calli, saturano gli spazi, si sommano alle atmosfere inquinate delle taverne, zeppe di vecchi ignobili senza presente, delle case, inabitabili buchi puzzolenti di mare, sgangherate dimore di maldicenze, invidie, bigottismi, ipocrisie sfrenate e avidità.

L’inferno è in ogni luogo e può mostrarsi senza preavviso; i progetti, i pensieri per il futuro, la stessa prospettiva di un dopo non possono garantire la sopravvivenza. Per capirlo, basta guardare con attenzione i massi della diga, ricoperti di sale e rifiuti, osservare la morte dei pesci, la marea che sale; l’inferno si scorge per indizi.

Dannata senza pari l’isola è incubatrice perfetta di ogni male e il vecchio ne è il custode lucido e impazzito che in un climax di inarrestabile ferocia spinge, furibondo, sul pedale della disgrazia, ghignando al sopraggiungere dello schianto.

Nella dimensione dell’Isola, l’esistenza è una folle corsa senza speranza, Frizziero le strizza l’occhio e ci obbliga ad inghiottirla tutta, fino all’ultima goccia salata.